The Yellow Wallpaper – Charlotte Perkins Gilman

yellowQuesta short story americana è stata per lungo tempo considerata un racconto dell’orrore alla Poe. Non si può negare che la protagonista venga progressivamente soggiogata da una pazzia i cui effetti sono inquietanti, per non dire, spaventosi. Ma questa non è che una lettura superficiale che si basa sulle prime impressioni e non indaga sulle origini di questo stato mentale estremo e sul contesto sociale all’intero del quale esso si sviluppa. Senz’altro, orrore e spavento sono i sentimenti che la scrittrice intendeva ispirarci attraverso la descrizione di uno stato mentale le cui cause devono però essere analizzate per scoprire che, più che un racconto dell’orrore, questo è soprattutto un testo femminista.

The Yellow Wallpaper è infatti direttamente ispirato alle vicende personali della scrittrice che, pubblicando questo racconto, volle denunciare gli effetti devastanti che la cosiddetta rest cure del dottor Mitchell ebbe su di lei e probabilmente su molte altre donne. All’epoca, si utilizzava il termine “isteria” per definire sintomi di varia origine che però venivano tutti ricollegati a deformazioni e disfunzioni dell’utero. Gilman stessa ne soffrì in seguito alla nascita della figlia e decise perciò di rivolgersi al dottor Mitchell il quale aveva ideato una cura nota come rest cure (cura del riposo). Quest’ultima prevedeva assoluto riposo e l’imperativo di vivere una vita il più possibile domestica. Soprattutto, niente vita intellettuale e perciò niente scrittura. La scrittrice insiste sul divieto di scrivere e cioè di compiere l’unico atto attraverso cui avrebbe potuto esprimere se stessa e trovare una propria identità. Come risultato, la protagonista del racconto fa confluire tutta la propria attenzione sulla carta da parati gialla della camera/prigione in cui è stata rinchiusa. Non è con stupore che il lettore vede questa donna ridursi in uno stato di follia aberrante e ripugnante. Sebbene la follia della protagonista potrebbe essere sbrigativamente ricondotta alla depressione post-parto, è pur vero che se il marito le avesse lasciato i mezzi per curare se stessa invece di proibirli, la protagonista avrebbe ritrovato la serenità. Dunque, le cause vanno ricondotte anche alla relazione marito-moglie.

La società americana dell’800 era infatti essenzialmente patriarcale e negava perciò alle donne ogni possibilità di sviluppare una propria identità. Le donne erano completamente dipendenti dai loro mariti. Inoltre, essa si fondava sulla netta separazione della sfera femminile (domestica) da quella maschile (della vita pubblica). Così, mentre gli uomini approfittavano delle innumerevoli possibilità offertegli dalla vita pubblica, le donne restavano relegate in casa con il compito di faire les ménages e prendersi cura dei figli. Una donna non era altro che una moglie e una madre. Nessun altro tipo d’identità era concesso. Il marito della protagonista è proprio l’incarnazione di questa società opprimente. Perciò credo che il finale di questo racconto non possa essere letto come una vittoria ma come una sconfitta totale, una regressione terribile causata da una società che ha scarsa considerazione delle donne o che riconoscendone il valore compie un tentativo ben riuscito di repressione.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s