Norwegian Wood. Tokyo Blues – Murakami Haruki

Norwegian WoodNorwegian Wood. Tokyo Blues: il titolo e il sottotitolo esprimono immediatamente la dimensione dominante del romanzo che è una dimensione malinconia, nostalgica. Si tratta, infatti, di una storia d’amore in cui i personaggi sono continuamente divisi tra due mondi: il “mondo di qua”, cioè il mondo reale, la vita, e il “mondo di là”, cioè il mondo dei morti. Ma questi due mondi non sono che due facce della stessa medaglia e infatti ciò che il protagonista impara dalla vita e contemporaneamente dalla morte è proprio che la morte è parte integrante della vita: “La morte non è qualcosa di opposto ma di intrinseco alla vita”. E quando una persona amata muore, la sofferenza e il dolore non possono essere cancellati: tutto ciò che si può fare è “superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che questo insegnamento non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all’improvviso”. Toru, il protagonista, perde a distanza di poco tempo alcune delle persone a cui era maggiormente legato tra cui la ragazza di cui è innamorato, Naoko. Ma allo stesso tempo Toru è innamorato di Midori la quale a sua volta ha dovuto affrontare la sofferenza causata dalla morte dei genitori. Midori, però, reagisce al dolore e cerca la vita. Vita e morte, dunque, sono strettamente intrecciati: nella realtà umana, innanzitutto, e anche in questo romanzo.

Questo romanzo potrebbe essere definito di formazione e infatti Giorgio Amitrano fa, nella sua introduzione al libro, un parallelismo con Il giovane Holden di Salinger e con David Copperfield di Dickens. Non mancano riferimenti espliciti, nel romanzo, a queste due opere e ad altri grandi romanzi della letteratura occidentale. Ma ciò che abbonda sono soprattutto i riferimenti musicali che accompagnano di volta in volta le vicende interiori dei personaggi: “Norwegian Wood” è proprio la canzone della malinconia per le persone che non ci sono più, che ci chiamano e ci parlano dall’altro mondo. L’autore ricrea, attraverso la musica, l’alcool (il whisky soprattutto), il cibo, i libri, scene di piccoli piaceri profondi. Tra questi, il piacere sessuale che l’autore descrive con un linguaggio misurato, mai volgare, mai osceno. Così, scene che altrimenti sarebbero ritenute scabrose si riempiono di una dolcezza e di una tenerezza incredibili.

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